domenica 13 marzo 2016

Storia triste di un ritiro dalle scene

Questo post è arrabbiato. Bisbetico. Brontolante.
Se non siete in vena di leggere proteste, vi suggerisco di cercare qualcos'altro in archivio.

Conoscente 1: Figliolo Amato ha la ragazza che lo aiuta per la scuola. Viene tutti i pomeriggi per due ore.
Conoscente 2, cenno di apprezzamento: Davvero cara?
Conoscente 1: Eh sì, praticamente la campo questa. Le do quattrocento euro al mese. Eh, ma a Figliolo Amato gliel'ho detto. Dal prossimo anno, niente più aiuti. Mica posso stare a spendere dieci euro l'ora all'infinito.
Garagista, che emette vapore come una locomotiva del vecchio West: Quando insegnavo, io ne prendevo venticinque (25) di euro all'ora.

Conoscente 1 e Conoscente 2 si voltano a guardarmi stupite, esterrefatte, incredule.
Conoscente 2: Ma che stai a scherzà?
Io, Garagista Eretica: No. Neanche un po'.
Conoscente 1, alias Madre Premurosa: Vabbè, ma quella che viene a casa è 'na ragazza. Laureata in lingue...
Pronuncia strascicata sulle vocale i ed e della parola lingue, alla vista della mia faccia inespessiva, pietrificata.
Io: E allora?
Mugolii, giustificazioni e proteste quali non ti pare troppo 25?, io ne avrei chiesti di meno; sguardi da ladrona imbrogliona, sfiducia palpabile nell'aere.
Dopodiché, con una nonchalance che farebbe invidia all'esponente più corrotto della classe sociale detentrice di denaro e potere, Conoscente 2, sorriso a trentadue denti, mi chiede: Ti prego, mi insegni l'inglese? Però, sia chiaro, io non te li do venticinque euro l'ora. Nemmeno venti.
Reprimendo l'istinto di emettere sequela indicibile di insulti e cattiverie - ma senza uso di turpiloquio, né tantomeno di bestemmie, che ultimamente sono diventate la mia colonna sonora quotidiana, non immaginate il gaudio -, replico gentilmente ma altrettanto fermamente: Mi dispiace, non insegno più. Ho smesso.
Inutili le moine di Conoscente 2, che non mi smuoverebbero nemmeno dopo dieci grappini - e per sua sventura, ma mia fortuna, sono astemia -, per cui, vedendo vanificati i suoi sforzi di convincimento, conclude la forbita conversazione con: Quanto sei stronza.

Insegnavo.
Ho insegnato.
Solevo insegnare. Privatamente.
Ora: non più.
Per dodici lunghi anni mi sono presa cura di ragazzini i cui genitori erano troppo presi dal lavoro, dalle spese, dalle tasse, dal Rotary Club, dal divorzio, dalla rivendita di BMW, Mini e Porsche, per accorgersi che i figli avevano bisogno di loro. Pargoli sfornati per essere affidati ad amorevoli attenzioni altrui.
Ho lottato contro professori di scuola che tormentavano i miei studenti con espressioni razziste, denigratorie, con voti e note ingiustificati.
E vi prego, prestate attenzione: sono un'insegnante molto severa ed esigente. I voti che assegno io sono sempre bassi, per entrare nelle mie grazie dovete sudare sette camicie. Perciò, se dico che un docente di scuola è ingiusto, voglio dire proprio questo. Non ho mai regalato niente a nessuno. E i miei risultati parlano per me. Sia i successi, sia gli insuccessi, coronati da furiose litigate con genitori e figli che non rispettavano il mio lavoro, né la mia figura professionale.
Volete sapere cosa c'è?
C'è che non esiste un metodo per andare bene a scuola che non sia STUDIARE. Io non posso fare il lavoro al posto di nessun altro. Non ho il super potere di infondere la mia conoscenza per osmosi. E poi, scusate... per sapere tutto quello che so, ho speso infinite ore della mia vita. Ho rinunciato al cazzeggio fine a se stesso, mandando messaggini all'amica, guardando la televisione o navigando in internet - che ci crediate o no, esisteva già quando andavo a scuola -, invece di concentrarmi sullo studio. C'è un tempo per tutto: un tempo per lavorare e, evviva evviva!, un tempo per cazzeggiare. I due tempi non vanno confusi né mescolati, altrimenti viene tutto di merda: a scuola si prenderanno brutti voti, all'uscita cogli amici si arriverà stanchi, arrabbiati, frustrati, con la madre che vi insegue strillando causa la miserevole carriera accademica. O peggio, non si uscirà proprio, per via delle punizioni.
Se mi aveste assunto, avreste sentito questa regola in tutte le salse: quando si studia, si studia. Una volta chiusi i libri, possiamo diventare gli scatenati, più scatenati che ci siano. Come quando la vostra garagista, l'ultimo giorno del secondo liceo ebbe la brillante idea di andarsene in giro per i corridoi dell'istituto in sella alla propria bici da corsa. Tanto per dirne una.
Ma come si fa a mandare dal preside una che per nove mesi all'anno sforna un dieci dietro l'altro e non combina casini?
Ma pensate che io mi divertissi a stare sei ore al giorno su quel banco sporco, pieno di gomme da masticare mummificate attaccate sotto, a sentire blaterare gente che aveva potere sull'andamento delle mie giornate?!
Una volta chiarito questo punto, sono sempre stata una gran sostenitrice dell'affermazione Non esistono adolescenti svogliati.
Esistono bambini e adolescenti con problemi personali. Forse i signori adulti se lo sono dimenticato; ma non andare d'accordo con gente tua coetanea che condivide il tuo stesso spazio vitale per diverse ore al giorno, per cinque-sei giorni la settimana, può essere davvero massacrante. Se si sfocia nel bullismo, ad esempio, si può essere portati alla disperazione. E al suicidio.
Solo che  il piccolo grande mondo della scuola spesso è incomprensibile per chi non lo vive in prima persona. A meno che un adulto non abbia buona memoria, un fanciullino interiore molto vispo e arzillo, tanta fantasia e voglia di capire e interpretare cose sconosciute.
Ecco dove io trovavo posto. Nell'accompagnare letteralmente per mano ragazzi con i più svariati problemi, che un 4 in pagella non faceva altro che sottolineare. Il 4 non è mai la causa. Il 4 è un sintomo.
Oppure, occasione meno tesa e tragica, insegnavo una lingua straniera - in genere l'inglese, ma qualche volta il francese - al manager di turno. All'aspirante libero professionista, che aveva appena avviato una startup con un brand personalizzato, un'App per smartphone e tablet dedicata, da downloadare gratuitamente su AppStore o Google Play, seguendo il trend del momento e sperando che lo spread non fosse troppo alto da fargli chiudere bottega. Tutto chiaro?
Un lavoro difficile, il mio, ma colmo di emozioni, stimoli, soddisfazioni. Le mie migliori amicizie, negli ultimi dieci anni, sono nate con quelle madri single che tanto hanno temuto per il futuro dei propri pargoli e ad ogni folata di vento si ripetevano "Meno male che c'è Ludovica". Con tutti i miei adorati americani, che venivano a vivere a Roma per qualche anno, per cercare di capire che roba è essere italiani; a godere delle bellezze artistiche ed intellettuali del Belpaese e del resto d'Europa, a portata di un biglietto della Ryanair. Americani grandi, a cui insegnare che non ci si deve vergognare se al barista si chiede per piàcere, con l'accento sulla a, o se al vicino di casa si racconta che io ho andato. Americani piccoli, che vogliono un amico adulto che conosca bene il mondo strano e a volte un po' spaventoso, in cui i genitori li hanno catapultati.
Ma perché ho smesso?
Perché...
Perché di americani non ce ne sono poi molti, di mamme preoccupate e attente anche. E senza di loro, senza persone da aiutare, da capire, a cui insegnare lingue, italiano, musica e matematica, io non ho nessun lavoro.
Tutti gli altri mi guardano come se fossi una ladra. Un'imbrogliona. Una persona che vuole i loro soldi senza fare niente di particolare.
Perché la cultura non importa a nessuno. La cultura non ha prezzo poiché nel mondo dei più non ha nessun valore. Perché pagare per qualcosa che posso fare da solo? Ma se davvero puoi studiare da solo, allora perché continui a prendere 4? Perché quella frase in inglese continua a non entrarti in testa, nonostante i soldi profusi in svariati British, Irish, Scottish institute?
Piuttosto vado a fare un viaggio studio all'estero! Certo. Tanti auguri. Quando torni, facciamo un po' di conversazione in lingua.
In questo mondo, spazio per una come me non c'è: è già occupato da corsi di fitness, personal trainer che chiedono 20 euro l'ora, insegnanti di pilates e yoga che vengono a casa per 30 euro l'ora, istruttori che ti fanno fare la passeggiata in campagna per bruciare gli strati di lardo. Ma come... a che mi serve pagare uno che mi faccia alzare il culo dal divano? Non posso farlo in autonomia?
Eh no. Questo no.
Non mi fraintendete. Ho massimo rispetto per gli istruttori di fitness. Ne annovero alcuni fra le mie amicizie più care e intime. Io stessa sono sempre lì lì per decidermi a prendere qualche brevetto, magari di striding oppure di yoga, tanto è il mio amore per lo sport. E credo che anche loro siano seri professionisti e meritino fino all'ultimo centesimo del denaro che chiedono.
Ma allora... perché io no? Perché io vengo dopo il fitness e perfino gli insegnanti di musica, che dovrebbero essere miei più stretti colleghi? Solo perché la musica dà prestigio e allora ci ritroviamo zeppi di bambini stressati e annoiati, costretti a solfeggiare pagine e pagine di astrusi pallini neri e bianchi, privi di qualsiasi talento musicale, che tortureranno le nostre orecchie con esecuzioni a dir poco piatte e impersonali... solo perché la musica dà prestigio? Che prestigio c'è nel rendersi ridicoli? Che prestigio c'è nel non ascoltare mai i propri figli, privandoli del piacere di seguire le proprie inclinazioni, i talenti naturali e i propri desideri?
Ma va bene così.
Ormai ho deciso.
Non insegno più.
Con la cultura non ci mangio. E prima di acculturarsi, uno deve sopravvivere.
Nell'ultimo trasloco verso il mio amato garage, ho buttato tutti i libri di didattica che avevo accumulato negli anni. Tutti.
Non li ho venduti. Non li ho neanche regalati, perché non conoscevo nessuno che meritasse tanto. Li ho buttati in uno degli ultimi secchioni verdi indifferenziati che allora popolavano ancora le strade della città.
Non una parola uscirà mai più dalla mia bocca, che non sia per dire qualcosa di personale. Io non insegno più.
E voi; voi potete fare quello che vi pare.
Se siete insegnanti che si fanno pagare dieci euro l'ora, sappiatelo: siete degli imbecilli e dei poveri disperati. Andate a fare i cassieri, che guadagnate di più.
Tutti gli altri: imparate, inglese, francese, spagnolo, tedesco, italiano, matematica, archeologia come più vi piace. Altrimenti fatevi una bella passeggiata in campagna. O anche all'inferno se ci riuscite. A me, non cambia assolutamente niente.




domenica 6 marzo 2016

Un barlume di speranza: come dare un senso a 120 minuti di pausa pranzo

Ordine!
Ordine!
Ma insomma, ordine!
Pacchi, pacchetti e spedizioni!
Presto che arriva il corriere. Ma no, boss, te lo abbiamo già detto: Ups passa alle quattro, abbiamo tutto il tempo.
Ah bene, bene. Però sbrigatevi, mi raccomando.
E cos'è tutto questo casino sulle scrivanie??
Prende i nostri fogli e li sprimaccia come un cuscino sgualcito, mandando all'aria il metodo di una filologa e di un'ingegnere (con l'apostrofo, perché l'ingegnere in questione è una donna).
O-mamma-mia-mammina-cara-mammina-bella: quando finisce questa mattinata?
Guardo l'orologio: 12.29.
Halleluja! Un coro di angioletti armati di cetra inizia a strimpellare allegro e festante: sessanta secondi alla pausa pranzo.
Tratteniamo il respiro.
Oooohhhmmm... niente risposte brusche.
Oooohhhmmm... tieni a freno la linguaccia, dai che ce la fai.
Meno tre... due... uno... 12.30.
In piedi. Saluti a tutti! Baci e abbracci. Si va. Si corre in piscina a sgranchire le membra e ad arginare la ciccia che vuole lievitare come pasta da pizza vicino ad un termosifone.
Lola - la mia auto - tossicchia fuori benzina mista a gpl e con passo di lumaca, 1200 cc Euro 4 che non corre nemmeno se la prendi a calci, trascina se stessa e la conducente fino allo stabile della piscina comunale.
Borsone in spalla, badge in mano, occhiali da sole pronti ad essere rinfoderati, saluto veloce il signor "Uomo ombroso al Bancone".
Passo il tornello, spogliatoi a me; apro la borsa e...
Disdetta! Sciagura! Misera e tapina rincoglionita che altro non sono. Dov'è il costume?
Due cuffie, pinne, palette per le mani, set di balsami per capelli, creme, profumo, teli hi-tech, due occhialini, lettore mp3 subacqueo, non sia mai dovessi annoiarmi. Ma dov'è l'elemento essenziale per poter accedere alla tanto agognata tinozza clorificata da venticinque metri?
Lo so io dov'è! Abbandonato sull'asse da stiro del tugurio (la lavanderia del garage-dimora). Ah, me smemorata. E adesso? Impossibile tornare indietro a prenderlo. Casa dista quasi venti chilometri, non avrei tempo di nuotare, nemmeno di fare una doccia.
Mi affaccio alla reception nella remota speranza che, oltre alle multicolori cuffie in bella mostra nelle bacheche, vendano anche costumi. Niente da fare: Uomo Ombroso mi dà risposta negativa, aggiungendo che non può nemmeno prestarmi il suo di costume.
Ah... ah... ah... apprezzo l'ironia, ma nelle parti basse avverto movimento rotatorio con momento angolare piuttosto elevato.
Meglio cambiare aria, ché con l'acqua già mi è andata male.
Mestamente mi trascino verso Lola, incerta sul da farsi. Ho due ore di pausa, che normalmente impiego per salutari pratiche sportive. Oppure nella lettura di un libro barra visione di un film sul mio fido tablet. Il quale tablet oggi, stranamente, non ho portato. È una congiura, brontolo fra me e me.
Mi guardo intorno poco convinta.
Non sono donna mondana. Sono una garagista. Un essere rude e solitario, che spende il proprio tempo libero con compagnia umana molto scarna e selezionata. O anche in lunghe ore di libero pensiero nell'esclusiva compagnia di ego, es ed io.
Che fare?
In macchina è il gelo. Non posso allungare il sedile ed ascoltare musica. Fuori grandina e c'è un rumore infernale nell'abitacolo.
Bah... tanto vale.
Accendo il motore e mi avvio verso la piazzetta sita dietro l'ufficio. Mi sembra di aver visto un bar, qualche giorno fa. Non che io sia un'habitué di siffatti luoghi. Tuttavia è proprio il caso di fare uno strappo alla regola. Parcheggio controvoglia, cercando in me un barlume di spirito d'avventura. A dirla tutta, mi accontenterei anche di un semplice barlume di speranza.
Varco la soglia: vengo accolta da un locale semplice, quasi anonimo. Sedie e tavolini che non lasciano immagini impresse nella mente. Una pagina della Gazzetta dello Sport, incorniciata, macchia di rosa il muro. Niente di che.
Un tavolo è occupato da quattro uomini anziani intenti a giocare a carte. Credo che la parola giusta per definirli sia "pittoreschi". Quasi fossero dei figuranti, messi lì apposta per creare l'atmosfera giusta. Bisbigliano fra loro, in un dialetto che non capisco ma, dalla quantità di suoni aspirati che sento, direi che si tratta di una qualche branca della calata toscana. Lentamente, le quattro teste accennano a voltarsi e a sbirciare nella mia direzione.
Per la miseria che sguardi inquisitori.
Una voce bassa e un tantino roca parla alle mie spalle: - Sta ammirando la mia collezione di reduci del dopoguerra?
Dev'essere la giornata delle battutone di spirito.
Moro, magro, sui quaranta, rostro in viso degno di una nave spartighiaccio; ma nel complesso non da buttare via. Il barista attende una risposta, inespressivo. O la mia ordinazione. O, magari, che io me ne vada. Non ha l'aria troppo amichevole.
- O' tu fa' sempre lo spiritoso, mi raccomando! - esclama uno dei vecchietti con pesante accento toscano, agitando un bastone da passeggio in segno di minaccia.
Allora, già di per sé non sono incline alla sperimentazione delle varie manifestazioni delle stranezze umane; ma qui la situazione mi pare un tantino fuori dell'ordinario.
Ormai ci sto... chissà se riesco a guadagnarmi una bevanda calda, che sciolga l'incazzatura per il costume abbandonato, e una postazione periferica, lontana dall'attenzione degli astanti?
Mi schiarisco la voce: - Buongiorno...
- Questo è ancora da verificare. - mi rimbecca il barista. Ce l'avrà con me, col vecchietto munito di bastone o col mondo intero?
- Potrei avere un cappuccino per favore?
- No.
Va bene... è uno scherzo.
- Come scusi? - replico attonita.
- Lei ha chiesto un cappuccino. Io le ho risposto "no". Non faccio cappuccini dopo pranzo.
- Ah. E la cagione?
- Non sono salutari.
- Scusi, ma a lei che gliene frega? Se voglio morire di cappuccino, ben saranno affari miei, no??
- Come lei vuole morire, se lo scelga pure. Non è salutare per me, produrre cappuccini nel pomeriggio. Il vapore mi dà noia.
- Apperò.
No, un interlocutore così scorbutico proprio non mi necessita al momento. Sto cercando di decidere se girare i tacchi e andar via senza salutare o insultare il barista in maniera indicibile, sfruttando l'attimo per un meritato esercizio di regolazione emotiva, quando l'uomo con bastone esclama: - O Massimo, e non esse'  bischero come sempre. O tu faglielo un cappuccino a 'sta bimba qua, che la si scalda un po' a lei. O non lo vedi tu che fori grandina e l'è tutta bagnata?
In effetti...
- Ampelio, non mi rompe o ti scordi il gelato.
- Nun c'ho mica bisogno del tu' permesso pe' mangiammi il gelato, sai? Fa' codesto benedetto cappuccino alla signorina.
Gli altri vecchietti annuniscono approvando la posizione di Ampelio, accorso in mia difesa, aggiungendo qualche altra battuta rafforzativa.
Il barista sbuffa, visibilmente contrariato. Ha l'aria di chi vorrebbe farla pagare a qualcuno, ma ha le mani legate.
Il più elegante e distino degli anziani, forse un po' meno vetusto degli altri, si alza e mi invita: - Signorina, prego, si accomodi qui con noi.
A quanto pare, umidiccia e scarmigliata ho comunque fatto colpo sui vispi ottuagenari.
Prendo posto fra il signore distinto, che ha appena aggiunto una sedia, e un altro visibilmente corpulento... diciamo la verità, altezza e larghezza sono pressoché pari, tanto che la sua forma si avvicina pericolosamente alla sfericità perfetta.
La collezione di reduci mi guarda soddisfata. I sibili della macchina del caffè terminano e dopo un istante arriva il mio cappuccino. Solo adesso mi rendo conto di non averlo chiesto decaffeinato, ma preferisco mordermi la lingua, per paura che il barista scorbutico mi ci faccia lo shampoo, con la tazzina che ha in mano.
- Ecco il suo cappuccino, signorina. Lo vuole un consiglio?
- Mi dica. - accenno un prudente sorriso.
- Si alzi immediatamente da questo tavolo e se ne cerchi un altro. Bene che le vada, questi molestatori la terranno qui fino a notte fonda, a suon di chiacchiere e partite a carte.
- Vede, io devo tornare al lavoro...
- Male che le vada, questi vecchiacci portano una sfiga incredibile!
- O Massimo!
I Quattro dell'Ave Maria - nel senso che presto o ancora più presto andranno ai Cancelli Celesti a declamare "Ave Maria!" - si toccano i gioielli dei tempi andati e lanciano strali dagli occhi in direzione del buon Massimo.
- Ovvero?  - prendo un sorso di cappuccino: nonostante la ritrosia del barista, è davvero buono.
- Ovvero: non sa la gente che muore da queste parti.
- È proprio vero... - sospira un nonnetto occhialuto, cappello in testa, rinsecchito al punto di dare l'impressione di navigare nei propri abiti, la cinta dei pantaloni ascellari stretta al duecentesimo buco.
- Almeno uno all'anno. - continua Massimo - Giusto per farli felici, così che possano giocare a fare gli investigatori, cacciandosi nei guai col commissariato locale per le calunnie che vanno diffondendo durante le loro "indagini". - l'enfasi messa nel pronunciare la parola indagini la dice lunga sulla faccenda.
- Così pare che ci divertiamo solo noi, caro il mi' nipote. - lo rimbecca Ampelio - E quanti casi tu hai risolto per quell'incapace del Commissario Fusco? Dai che con le tue fissazioni da laureato in matematica, ti diverti anche tu a risolvere gli... enigmi.
Ah, ho capito: uno Sherlock Holmes in incognito dietro il bancone di un bar e quattro Watson stipendiati dall'Inps che gli fanno il lavoro sporco. Ora sì che si fa interessante.
Ma il tempo vola. Tra un po' devo tornare a smistare ordini e spedizioni.
Finisco il cappuccino e faccio per alzarmi.
- Signorina, dove se ne va? - mi chiede Ampelio.
- Temo di dover rientrare in ufficio. Ma penso che tornerò. Questa storia dei casi da risolvere mi incuriosisce.
- Aspetti, aspetti.
- Oh nonno e lasciala andare. La gente c'ha da lavorare, mica come te che hai vissuto più anni da pensionato di quanti ne hai campati come impiegato!
Il rimprovero di Massimo il barista-matematico-investigatore passa del tutto inascoltato.
Per educazione, attendo un istante immobile; la risposta di Ampelio non si fa attendere: - Le va una briscolina? Il mi' nipote, quel brontolone lì... ma badi che è un bravo ragazzo... è solo che la moglie l'ha lasciato... in fondo... molto in fondo... c'ha un cuore d'oro... non ci vuole giocare con noialtri.
- Mi scusi... - cerco un modo per non essere sgarbata; davvero non so come - ... ma con me saremmo in cinque.
I vecchietti si scambiano risate sotto i baffi, come chi la sa lunga, molto più lunga di me: - Signorina, non ha mai giocato alla briscola in cinque?


Postilla: la pausa pranzo è mia. Il cappuccino è mio.
Io sono di origini marchigiane. E parlo un dialetto piceno.
Vivo nel Lazio da tredici anni.
Marco Malvaldi, toscano di Pisa, è molto più bravo di me a parlarvi del suo Barlume, del suo barista e della sua collezione di nonnetti investigatori.

Adesso andateci voi a prendervi un cappuccino per merenda... sempre se riuscite a convincere Massimo a farvelo.







Postilla della postilla: la toscanità piace molto a tutti gli Italiani. Sarà perché già a scuola ci danno l'imprinting con la Divina Commedia. Sarà perché tutte quelle acca e ti aspirate, degne delle lingue germaniche ci fanno tanto ridere. O forse sarà per il ben noto carattere polemico e indomito dei toscani d.o.c. Fattostà, la serie di romanzi dei Delitti del Barlume ha riscosso una ben meritata popolarità, tanto che ne è stato tratto uno sceneggiato televisivo prodotto da Sky, che va avanti già da tre stagioni.
Volete il mio consiglio? No? Beccatevelo comunque.
Leggete prima i libri.
Punto primo: guardando gli episodi - la cui produzione è random rispetto alla sequenza dei racconti e dei romanzi -, scoprireste già chi è l'assassino. E quale libro giallo è interessante se uno sa in anticipo come va a finire?
Punto secondo: a mio modesto avviso, la fotografia dei primi due episodi lascia molto a desiderare. I quattro nonni investigatori sono magistralmente interpretati da altrettanti bravissimi attori toscani.
Un quinto personaggio si unirà in seguito, al quale darà vita un Alessandro Benvenuti in grande forma e debordante vis comica.
Massimo, il nostro, prende voce e lineamenti del perugino Filippo Timi, col quale condivido una balbuzie più o meno frequente nella vita di tutti i giorni. E che, a detta delle sue fan, è uomo "sdraiabile". Lungi da me dare loro torto. Anzi.
Detto ciò. Non so. Maca qualcosa. La trama televisiva vira. L'eroe misantropo, che condivide molti tratti caratteriali con lo stesso Sherlock Holmes, diventa macchiettistico. Troppo poco genio, non più eroe ed eccessivamente irresoluto. Non me ne vogliate. Sono una filologa. Ma anche astrofisica per un dieci percento. Un vero matematico, che avesse lasciato il dottorato di ricerca per aprire un bar, si comporterebbe come nelle pagine del libro. Non come il buon - molto... molto buon... ma anche bravo - Filippo in televisione.
Punto terzo: ma fate un po' come vi pare, oh! Io, gli episodi, li ho visti tutti. E la sigla è strepitosa.









domenica 21 febbraio 2016

Lavori in corso: non parlare al garagista

Questo è un post con colonna sonora.

PRIMO TEMPO
Johann Sebastian Bach, Aria sulla quarta corda BWV 1068.
Premere play e proseguire nella lettura.










Osservate il garagista nel suo habitat naturale.
Mimetizzato fra gli scatoloni e i pallet accatastati in architetture post-futuriste, l'esemplare femmina in video (...video al momento non disponibile per problemi tecnici... ci scusiamo per il disagio) ciondola rilassato - pigiama stropicciato, lembo di maglietta intima che fuoriesce dall'elastico dei pantaloni - diretto al tavolo della colazione da giorno libero: caffellatte e ipercalorico muffin burroso senza glutine. Con gesto distratto scosta dagli occhi uno degli indomabili ciuffi che compongono la rigogliosa quanto informe chioma di capelli castani. Uno sbadiglio leonino per salutare la giornata e inizia a sorseggiare la calda bevanda decaffeinata, nel beato silenzio della sua tana solitaria.
Questa breve scena del rituale domenicale illustra in maniera abbastanza esauriente la natura schiva e burbera del garagista, animale sempre a rischio di estinzione, per via della sua tipica reticenza a socializzare e legarsi con altri esemplari della propria specie.
Il garagista non è razzista, sessista, non ha pregiudizi verso culture né religioni diverse. Non ha orientamenti politici particolari, non ha una fede calcistica né nessuna fede in particolare; infatti, tende all'agnosticismo, ripetendosi continuamente la socratica logica "so di non sapere". Per contro, è molto tollerante verso le credenze e le ideologie che non gli/le appartengono; purché queste ultime non limitino la sua libertà di pensiero, la sua privacy e libertà d'azione - e isolamento - nel proprio habitat.


Fine primo tempo. Ovunque voi siate arrivati, fermate la musica.
Se lo gradite, ascoltate l'intero brano, ma attendetene la conclusione in questo punto, non continuate la lettura.



INTERVALLO... non contate le pecore o vi addormentate!








SECONDO TEMPO
Claudio Baglioni, "Dov'è, dov'è", dall'album "Oltre"





Questo secolo finisce dieci anni prima.
Il duemila ha perso la sua buona novella.
Ci resta solo Novella 2000,
ma vedremo ugualmente le stelle da vicino,
perché i paparazzi hanno tutti... figli... MISSILI!!


I garagisti non sono socievoli.
I garagisti non fanno conversazione.
I garagisti, sono gentili e sempre pronti a dare una mano, ma fanno amicizia solo con persone di cui si fidano; guadagnare la fiducia di un garagista è operazione lunga e complicata, con esiti spesso deludenti e frustranti.
I garagisti non sono cattivi, sono solo molto schivi, anche se brillanti monologhisti poliglotti. E voi sarete confusi e arrabbiati, per via del loro comportamento sconclusionato e dissociato, e per questo sulla loro pagella scriverete sempre che "il garagista è uno studente eccellente, si impegna nello studio, approfondisce gli argomenti, è preciso e corretto nel portare a termine un compito; ma non partecipa in classe, non alza mai la mano, non parla e non socializza col resto della scolaresca". Dalla seconda elementare al quinto liceo. Sempre la stessa etichetta in calce. In prima si sono salvati, perché l'hanno fatta privata, con la maestra tutta per loro, che regalava rose e biscotti, e faceva usare loro i quaderni dei Ghostbusters per disegnare palline colorate e imparare la tabellina del due. La primina a cinque anni, che oggi va di moda, ma venticinque anni fa era sconsigliata e, ma perdincibacco insegnatele a scrivere con la mano destra, ma perché le permettete di scrivere con la sinistra?
I garagisti sono così.
Mancini. Primini quando nessuno lo è. Solitari, silenzioni e testa fra le nuvole, mentre a quattro anni tendono desiderosi la mano ad una macchina da scrivere che sanno già usare, mentre pletore di bambini troppo rumorosi e vivaci creano caos e distruzione intorno, nell'aula della scuola materna.
I garagisti vi saranno simpatici ad una prima occhiata. Ma li detesterete ad una seconda, mentre vi chiederete perché non richiamano. Perché non rispondono. Perché da una parte sorridono - e credetemi, sono sinceri -, ma poi non si fanno più vivi.
Abbiate pazienza. Non chiedereste mai a un bradipo di correre i cento metri. Ma nemmeno i duecento o i quattrocento. Forse potreste chiedergli di battere il record del mondo su "il tempo più lungo per masticare e digerire una foglia di eucalipto".
Ecco, più o meno è lo stesso. Non chiedete a un garagista di essere quello che non è. Non chiedetegli (o chiedetele) di fidarsi di voi al primo colpo. Non chiedete attenzioni e affetto come se foste amici dal primo momento. Perché non potrà darvi retta e alla fine se ne andrà. Siate pazienti. Siate voi fiduciosi. Perché già avete il suo rispetto. Il garagista femmina rispetta tutti. Rispettate i suoi ritmi. Se non scrive il blog. Se non risponde. Se il lavoro poi si trova ed è anche un buon lavoro, in cui tutti vengono trattati con giudizio e umanità. Un lavoro dalla paga dignitosa e decorosa. Un bel lavoro... a contatto con la classe, con la squadra. Coi bambini rumorosi, che nel frattempo sono cresciuti. Sono diventati le brave persone, quelle che mandano avanti il mondo, un giorno alla volta, un granellino di sabbia alla volta. Il garagista lo sa che le brave persone sono preziose, sono importanti. Sa che lavorarci insieme è un onore, una chance e un notevole colpo di abbondanti, rotonde e grassocce terga.
MA!
Povera garagista, comprendetela. Una vita di solitudine, di pagelle col timbro rosso del "non si integra con la classe" non si cancella con un contratto di lavoro in tasca. Un contratto non cancella dodici pagelle e una laurea.
Siate clementi. Dietro ognuna di quelle pagelle si cela una storia da Libro Cuore in cui la piccola vedetta è marchigiano-abruzzese e sbircia desiderosa l'arrivo di qualcuno che la aiuti a raggiungere la macchina da scrivere in cima allo scaffale dei giochi, nell'aula dell'asilo. Solo che, certe volte, quel qualcuno non arriva. Perché la vedetta non parla, non sa come fare. Ancora non ha imparato. O forse la vedetta urla, chiede aiuto, ma i bambini intorno fanno più rumore di lei.
E allora come si fa?
Come si fa?
La piccola vedetta mette le cuffie e fa partire la musica, almeno non sente tutta quella confusione intorno a sé. Si becca la sua nota di demerito per le sue scarse capacità di socializzazione, evita le botte a scuola, gli insulti in cortile, gli scherni e la paura in bicicletta, l'emarginazione alle gite e alle feste di compleanno e continua a sognare. A fantasticare. A credere che prima o poi qualcuno arriverà.
Dopodiché, per non morire di vecchiaia, passa da Ikea, si compra una bella scala, la monta col cacciavite di papà, si arrampica sullo scaffale dei giochi e finalmente raggiunge quella dannata macchina da scrivere.
Solo che...
Eh be'... la garagista ha fatto tutto da sola. Non c'erano amici con cui sbagliare. Amici con cui imparare. Non c'era una squadra. La garagista ha imparato a fare per sé e per gli altri, non cogli altri. La garagista non socializza con la classe. Perché in classe fanno tutti paura.
E se oggi la garagista passa otto ore al giorno gomito a gomito con le brave persone, come torna a casa la sera?
Stanca.
Setolosa, zannuta e brontolante come un cinghiale.
Desiderosa di silenzio e solitudine. Desiderosa della sua pagella da testa solitaria. Senza più una parola per il suo pubblico da blog.
La garagista si fa una bella cuccia di scatoloni, sprimaccia cuscini e piumoni, spegne i telefoni, spranga porte e finestre, chiude tutto il mondo fuori. Si abbuffa di dolciumi e legge un bel libro. Per ritrovare una parola. Per il giorno dopo. Per non deludere le brave persone. Per una pagella nuova, magari senza la nota di demerito.
Perché, anche se a volte ha l'impressione di essere capitata in una gabbia di matti, ultimamente pensa spesso "però... alla fine ho trovato un posto dove essere ME sta pagando davvero". E non solo in sporchi e sudaticci euro da bustapaga. Magari, anche se fuori di zucca, qualcuno che aiuti la vedetta a scendere dall'albero s'è trovato. Chi lo sa? Staremo a vedere.
Tanto, scala e cacciavite stanno sempre là, tra uno scatolone e l'altro.
Voi che ne dite?
Avete la pazienza di aspettare con me e scoprire come va a finire?


ALLA PROSSIMA PUNTATA


Si ringraziano, per l'inconsapevole partecipazione:
- Il molto prolifico Johann Sebastian Bach, che oltre ad aver composto migliaia di note meravigliose, che hanno segnato l'inizio dell'era musicale moderna, ha sfiancato due mogli, per una produzione totale di venti pargoli... che vitaccia pover'uomo...
- Il poetico Claudio Baglioni, che con ritmo, armonia e parole ermetiche, sa rendere emozioni e pensieri in maniera inimitabile.
- La maestra della primina, che aveva pazienza infinita, dolcezza infinita, intelligenza e sensibilità come non ho mai più trovato in altri docenti. E ha continuato a farmi scrivere con la mano sinistra.
- Quelle bestie che mi hanno dato il tormento per tanti anni di scuola (in più di un istituto). Se non ci foste stati voi, non avrei potuto aiutare decine e decine di ragazzi e genitori, nell'arco di dieci lunghi anni di insegnamento e tutoraggio privato. Cazzarola però... avrei preferito studiarle all'università certe cose, piuttosto che fare da cavia io stessa dagli undici anni in poi... 'tacci vostra!
- Papà per i cacciaviti. Mamma per le penne e lo stimolo a scrivere, scrivere, scrivere ancora e scrivere come vuole il professore di italiano, tanto tu sei brava e se lo fai contento vedi che prendi 9... tanto è stato. Thanks mom!
- Le brave persone. Non disperate. Un giorno o l'altro, divento normale pure io. E magari vi richiamo.

martedì 1 dicembre 2015

Buongiorno per tutto il giorno!






























Primo dicembre.
Niente di nuovo sul fronte occidentale (non per niente, sono vicina al Tirreno). A parte che fra un po' faccio l'albero di Natale.
La comodità di stare nel garage? Non devi andare né su né giù a prendere gli scatoloni con le palline e le lucine e le stelline e le nastrine pelosine e qualsiasi altra cosina-ina-ina da appendere... sei già là e ti ci svegli davanti tutte le mattine, ihihihihihih!!
Signore e signori, per oggi vi auguro un buongiorno per tutto il giorno!

Arrivederci al prossimo post, quando sarò in vena di paroleggiare di più.

giovedì 26 novembre 2015

Non ci resta che piangere...

La vita non è mai come la progetti.
Puoi mettere sveglie, timer, cronometri.
Puoi avere il Google Calendar più organizzato e articolato della Terra. Ma qualcosa, sicuramente, andrà come non te lo aspetti.
Prendete me, ad esempio.
Stamattina avevo puntato la sveglia ad un orario decente dato che, purtroppo, non sto lavorando (ma va'?! Ditelo che è un colpo di scena, che non l'avevate capito!) e l'inattività mi porta inevitabilmente ad andare a dormire sempre più tardi e, di conseguenza, a svegliarmi a ora di pranzo. Sono nottambula per natura, ma ciò non giova alla mia attuale vita professionale e sociale.
Mi piacessero almeno le discoteche o le feste... mannaggia...
Fattostà. Sveglia, colazione, post brillante e ameno su Cenerentola e il Cinema, borsone, palestra.
Realtà: sveglia, colazione... e fin qui tutto ok... telefonata a mamma (in programma), protratta ben oltre il consentito. Tragedia!
Ma no. In fondo, oggi non ho impegni particolari: posso traslare tutto anche di un'ora o due.
Altra telefonata, decisamente fuori programma, decisamente sgradita, decisamente sgradevole.
Risultato: eccomi qua, ore 12:10, ancora in pigiama, vestaglia cogli orsetti, spettinata, letto disfatto, borsone abbandonato, post modificato.
Ora posso dirlo, sono autorizzata: TRAGEDIA!
Non è come pensate. Va bene, tanto per cambiare sono in ritardo. Sapete, io vivo nel cronico ritardo per le mie cose personali, pur di essere sempre puntuale nel mondo della professionalità... eh????
Traduco: per dieci anni ho lavorato su tutto, e dico tutto, il territorio di Roma e Castelli per appuntamento. In sostanza, sono più raminga io della Compagnia dell'Anello (o del Ka-Tet di Roland Deschain, per chi avesse letto la saga della Torre Nera di Stephen King). Ciò ha generato in me due conseguenze:
1. essere mobile e motorizzata oltre ogni dire, con automobile, motocicletta (sì, mo-to-ci-clet-ta enduro, non uno scooter), treni, autobus, tram e quant'altro;
2. essere la fannullona più fannullona e trastullatrice che esiste dalle 8 alle ore 12, dal lunedì al venderdì, prefestivi e festivi esclusi.
In conclusione: sono in ritardo sulla mia personale tabella di marcia che prevede estrazione dal pigiama, sistemazione della casa, sistemazione delle mie fibre muscolari e assottigliamento delle riserve lipidiche che risiedono, senza permesso di soggiorno, sui miei glutei. Poco male. Ci sono abituata. Fra mezz'ora Wonder Woman mi invidierà, per la velocità con cui avrò sbrigato le faccende.
Tutto ok? No. Lo dico e lo ripeto: TRAGEDIA!
Torniamo un attimo alla telefonata. Non quella con mamma: quella è normale che sia una tragedia in itinere con finale felice. Perché, insomma, le madri e le figlie sono così: scatenano quotidianamente una Guerra Mondiale a colpi di insulti nucleari e frecciatine biologiche, ma si sa che finisce sempre a tarallucci e vino. Immaginate ora che la figlia sia pure unica e viva lontana: i filmoni di fantascienza che produceva Roland Emmerich negli anni '90 (Stargate, Indipendence Day, The Day after Tomorrow, per dirne alcuni) sono roba da dilettante in confronto.
Non quella telefonata lì.
L'altra. La seconda subdola, piccola, inattesa, sgradita, sgradevole telefonata. Ecco, quella sì che è stata una tragedia.
Prima di andare oltre...


Mi rivolgo a te,
che mi hai appena intervistato,
che cerchi una segretaria personale:
sei un bravo ragazzo,
sei professionale,
sei in gamba.
Hai scelto un lavoro fecale,
ammiro che tu riesca a farlo con tanta nonchalance.
Se passi di qua, non prenderla sul personale.
Dopo tutto quello che ho vissuto lavorando,
ho deciso che voglio essere bisbetica,
logorroica,
stronza,
senza freni, ma non nel senso che hai inteso tu.
Grazie di aver chiamato.
Un consiglio: anche tu hai molto potenziale,
se puoi, cambia lavoro.

Drin! Numero privato.
Già qui, storco il naso.
Altolà!
Chi siete!
Cosa fate!
Cosa portate!
Sì, ma quanti siete!
Un fiorino! 
Giuro che al prossimo numero privato che mi chiama, risponderò così.
Realtà: Pronto?
Sono la superditta (nome detto a trecento all'ora, reso incomprensibile. Secondo me lo fanno di proposito per metterti in difficoltà) organizzazione eventi. Sto cercando una segretaria personale. Stipendio netto: cifra astronomica. Sei interessata?
Certo che sono interessata. Di che si tratta?
Io ditta, direttore, proprietario, gestore e capo della baracca lavoro per Nomi Galattici.
Wow. Ok, ne prendo atto (pensiero privato: già lavorato per Nomi Galattici. Non è che l'esperienza mi abbia arricchita granché, in tutti i sensi; se oggi sono qui un motivo ci sarà). Vai avanti, superditta.
Cerco pulzella segretaria personale.
Requisiti: single, lingue straniere, spigliata, acculturata, viaggiatrice, senza fissa dimora, senza progetti familiari da qui ai prossimi quarant'anni, gnocca, disponibile al "te la faccio vedere ma non la puoi toccare". Ma bada che siamo nell'ambiente dei Nomi Galattici. E comunque ti paghiamo il vestito di Armani, il tacco 12, il make-up e l'estetista.
Da parte mia, momento di silenzio e riflessione. Dopodiché: Ciccio, ho già lavorato per Nomi Galattici e la tua offerta non mi entusiasma (nel frattempo penso ai miei baffetti, al pigiama stropicciato, ai capelli "asciugatura post palestra in 30 secondi" che nemmeno l'asciugatrice dei panni della Whirlpool). O hai qualche carta che mi convinca, oppure mettiamo giù che ho da farmi la ceretta a casa stile Bridget Jones, altro che estetista.
Superditta per feste: ma tu hai potenziale, ho sentito quarantacinque ragazze prima di te, tu sì che sei convincente.
La mia risposta: ti ringrazio, ma non penso di essere la persona adatta a questo lavoro. Ma se vuoi continuare a farmi domande, ehi, sono nel mio anno sabbatico dallo sfruttamento femminile per la manodopera intellettuale, ho tempo da perdere.
Dopo qualche altro insulso ma divertente convenevole, viene il meglio.
Ragazzo superditta: hai qualche foto?
Io: le hai già viste sull'annuncio.
Superditta: no, dico qualche foto più seducente. Se ci hai lavorato, sai che Nomi Galattici amano la seduzione.
Io: sì, proprio perché conosco la natura di Nomi Galattici me ne sono andata. Io sono bella, ma non sono seduttiva. Sono elegante.
Superditta (imperterrita): se dovessi sedurmi, come verresti al colloquio di persona?
Io: ancora... te l'ho detto, non ti devo sedurre. Se hai cervello, ti seduco con l'intelletto. Vengo con gonna sopra al ginocchio e camicia aderente. Sono alta 1.75 e porto la 48, fattela bastare.
Superditta: ma non vuoi proprio provare a mandarmi foto sensuali?
Io (pensando che la foto più sexy che ho è quella che mi scattò mamma a 5 anni sul water): guarda, ho un paio di scatti vestita per matrimoni. Ti mando quelli se vuoi.
Superditta: foto in costume? 5-6 scatti?
Io: 5-6 scatti?!!!
Io, che l'effetto di una macchina fotografica su di me è peggio di una corona d'aglio su un vampiro.
Superditta: va bene dai, non importa. Ma qualche scatto particolare fatto col cellulare? Tutte le ragazze ce l'hanno, dai.
Scoppio a ridere, pensando che ieri ho fotografato la lista della spesa appesa al frigo, perché non mi andava di copiarla sul cellulare... secondo voi vale come scatto particolare?
Superditta: posso continuare con domande ancora più strane?
Io (penso: sto sognando. Non posso fare un colloquio così ridicolo. Ma no, ha ragione lui. Nomi Galattici sono proprio così, lo sappiamo tutti): dai, avanti.
Superditta: che lingerie porti?
Io (penso: quella della Coop): ehm... molto classica. Nera, liscia. A volte in pizzo (ma quando mai, che il pizzo mi dà fastidio??).
Superditta: vestiresti con la lingerie in trasparenza?
Io (ma mica so' Belen, sai come si vedrebbero bene i miei rotoli??): se devo portare un Valentino o un Armani, si può pure fare.
Superditta: le tue fantasie sessuali più spinte?
Io (darla a uno con un minimo di cervello???), cercando di essere più diplomatica del mio pensiero: deve ispirarmi la persona, il resto viene da sé.
Superditta: ma ce l'avrai una posizione, un gioco che ti piace.
Io (farti fare tac ed elettroencefalogramma prima di dartela, così verifico le tue capacità cognitive ed eventuali disfunzioni): no, non ce l'ho.
Superditta: la dai via facilmente?
Io (di nuovo, a quelli col cervello sì. Per te e Nomi Galattici sono più blindata di una banca svizzera): no.
Superditta: immagina una festa o un convegno con Nomi Galattici. A loro piacciono le belle donne. Tu sei una da guardare e non toccare? Toccare un po' ma non esagerare? O magari tocca e divertiamoci?
Io (se mi tocchi perdi un arto, se mi guardi con quegli occhi... apprezzerei che guardassi da un'altra parte ma, come mi insegna la mamma, la propria libertà finisce dove inizia quella altrui: non posso cavarti gli occhi dalle orbite. Troppo aggressiva??): guardare ma non toccare.
Superditta: ok. Scusa per le domande imbarazzanti...
Io: non mi hai imbarazzata (ti sei solo ricoperto di ridicolo, ma non è colpa tua. La colpa è del sistema, perché Nomi Galattici fanno queste porcate e qualcuno deve svolgere il lavoro sporco per loro).
Superditta: dovevo capire se avevi la forza di gestire la situazione. Ho collaborato con ragazze che ho ritrovato al letto con Mister X il giorno dopo. Sai, quell'ambiente è così. Una cena, il vino, Altre Sostanze e non ti ricordi più niente.
Io: ah guarda, io sono astemia (anzi, sono proprio una palla. Sono salutista, fissata con l'alimentazione, astemia, non ho mai fumato né fatto uso di Altre Sostanze, non faccio giochi promiscui, faccio sempre sport. L'unico maledetto vizio che ho è la Cocacola Zero!!).
Superditta, che se ne esce con la frase del giorno: sai, mi hai convinto tanto. Vorrei davvero incontrarti, anche se non vuoi mandarmi le foto. Oppure mandami uno scatto solo. Tu hai un potenziale. Sei un po' frenata, anche se non so perché (ciccio, te lo dico io il perché: si chiama dignità, amor proprio e rispetto di sé). Ma tu sei quella rara bellezza che si può ammirare ma non toccare. Sei la donna che può esercitare influenza su chiunque. Perdonami la volgarità: tu sei quella donna che mi mette Nome Galattico in ginocchio, senza farsi sfiorare, dopo che è venuto nelle mutande.
Io: senti, sei un bravo ragazzo, ti ringrazio per l'offerta e per i complimenti. Conosco le mie potenzialità e le hai indovinate. Non mi interessa sfruttarle per lavorare con Nomi Galattici.
Superditta: ci vuoi pensare? Magari ti richiamo in futuro?
Io: come ti pare. Ciao.

Signore e signori, non dubitate delle credenziali del ragazzo di Superditta. Sono tanti anni che lavoro come libera professionista e riconosco un millantatore. Egli è veramente servo accondiscendente di Nomi Galattici. Ed è stato un onesto colloquio di lavoro telefonico. Un pre-colloquio.
Il ragazzo ha elogiato ogni mio potenziale. Ha inquadrato bene la mia figura professionale, l'ho capito da dettagli che ho omesso nel resoconto. Era educato, cortese, faceva solo il suo mestiere.
Ma allora... perché dopo la telefonata mi sono sentita tanto sporca? Perché mi ha lasciato una terribile sensazione di disagio? Perché i Nomi Galattici sono gli unici che possono garantirci alti tenori di vita, magari infilandoci una banconota da 500 euro fra le tette?
Scusate, forse sputo nel piatto in cui mangio. Ma non ho studiato tanto, per essere un animale da esposizione. Non vivo in uno zoo.
Non sono l'elefante a cui tirare le noccioline dopo un'esibizione.
Probabilmente è un mio limite. Un mondo che non ho mai compreso e non intendo comprendere ora. Ma se l'effetto che mi fa una semplice telefonata è tanto invasivo, come essere molestata fisicamente, ve lo immaginate cosa significherebbe stare lì a farsi toccare il culo? Ma con che diritto un Nome Galattico ubriaco può toccarmi il culo?
A volte mi viene proprio tristezza, a pensare in che mondo viviamo.
Sapete cosa? Adesso me ne vado in palestra, dove mi guarderanno perché non sanno fare altro. Perché sono bella e appariscente e non me ne importa un fico secco. Io indosserò le mie cuffie bluetooth, ascolterò la mia musica e sarò altrove. In un altrove dove posso essere considerata come persona, non come un pezzo di carta (la maledizione della laurea ottenuta)... o un anonimo pezzo di carne.

Solo per i vostri occhi
che mi avete letta
che mi avete vista

LE MIE FOTO SEDUCENTI














mercoledì 25 novembre 2015

Laureata precaria. Ovvero: quando si è troppo fortunati per essere sfortunati

Si lavora per vivere, non si vive per lavorare.
In vita mia l'ho sentito ripetere spesso, da molti interlocutori. Alcuni seguivano la massima citata, altri meno.
Nel frattempo, però, qualcosa deve essere andato storto.
Veramente storto.
Il padre di mia madre, era un postino. Dopo diversi anni in sella alla sua bici, in un tempo in cui i portalettere conoscevano personalmente la maggior parte degli abitanti del paese e si fermavano a scambiare due chiacchiere con le signore casalinghe, vestite con l'immancabile vestaglietta smanicata multicolore, il cucchiaio di legno in una mano e i bigodini in testa, mio nonno fu promosso e spostato agli uffici. Non allo sportello, bensì alla mansione che oggi chiamiamo back-office. Insieme a lui, lavoravano due architetti e un ingegnere.
Quando mi raccontavano questa storia, io adolescente che sognavo di diventare una Indiana Jones in gonnella, arricciavo il naso inorridita. Pensavo a quei tre poveri uomini, che avevano studiato tanto, che avevano fatto chissà quali sacrifici, per poi vedere i propri sogni e progetti affogare sotto un'immane pila di lettere affrancate. Questo accadeva perché, come ogni giovane intellettuale che si rispetti (anche se ora probabilmente verrei definita poco carinamente nerd) immaginavo più che altro di vivere per lavorare: volevo essere una ricercatrice, punto e basta. Le altre opzioni erano da scartare.
Mi piacerebbe molto raccontarvi i perché e i percome di una scelta professionale così radicale in tenera età. E lo farò. Un'altra volta.
La realtà lavorativa dei trent'anni dopo la Seconda Guerra Mondiale era questa: se eri fortunato lavoravi e mangiavi. Se eri molto fortunato, studiavi, trovavi un lavoro qualsiasi e mangiavi. Se eri la fortuna personificata, trovavi il lavoro per cui avevi sgobbato anni e anni, sulle sudate carte di leopardiana memoria.
Dopodiché, c'è stato un bel ventennio d'oro, in cui tutti o quasi avevano la concreta chance di realizzare i propri sogni che, come ci insegna la Cenerentola di Walt Disney (la quale deve soffrire di qualche piccolo disturbo psicologico, perché non ho mai visto una sedicenne che subisce abusi familiari alzarsi la mattina canticchiando e col sorriso), i sogni son desideri di felicità. Fino alla recessione economica del nuovo millennio.
Realtà attuale? La sappiamo tutti. Disoccupazione a livelli vertiginosi, disponibilità di lavori più o meno specializzati ai minimi storici.
MA!
Un altro dei miei MA. La Signora Fornero (e ringrazi che Le ho accordato l'elegante appellativo "Signora"), qualche tempo fa ha detto che noi giovani italiani, in merito al lavoro, siamo choosy. A grandi linee, ci ha detto che siamo schizzinosi. Benissimo. Magari per qualcuno è vero. Ma magari per qualcun altro no.
Lasciate che vi racconti le mie ultime esperienze, così ci facciamo insieme un'idea della situazione.
Personalmente, come ogni essere umano, ho delle competenze, delle capacità innate, ma ho anche dei limiti che devo rispettare. Perciò è un po' improbabile che mi troviate a fare la cubista in discoteca o la cameriera in un pub, perché la confusione mi mette a disagio: tempo una settimana e mi ricoverano in neuro. Ciò non toglie che io sia dotata di buona manualità e forza fisica, per cui a lavorare in posti come Ikea o un Brico "X" mi sentirei come un porcello nel fango.
Poche settimane orsono, vado all'ennesimo colloquio, nella speranza di ottenere un posto come segretaria d'azienda. Il giovane che mi intervista rimane abbastanza entusiasta della mia persona, sono quello che cerca: ottimo inglese, ottimo computer, brava col bricolage, dinamica, precisa.
Anch'io lì per lì sono ottimista: mi hanno convinto soprattutto le reali 40 ore pagate una per una, con tanto di tredicesima e quattordicesima, ferie e malattia incluse.
Non mi piace molto la sua domanda: ma tu, con tutto questo curriculum, vieni a fare la segretaria per ripiego?
Gli rispondo francamente: certo, perché voler impiegare venti minuti per arrivare al lavoro, invece di due ore e mezzo, ed essere in grado di mangiare tutti i giorni che compongono un mese è un ripiego.
Il tutto finisce in maniera positiva, con la bozza di contratto promessa per la settimana successiva.
Purtroppo, dopo tre giorni: tragedia! Il papabile datore di segretariato, mi telefona dicendo che il suo socio ha dei timori sulle mie troppe competenze. Delusa e notevolmente incazzata, chiedo delucidazioni: eh niente, tu sai fare troppe cose, magari vorresti trovare un lavoro più qualificante, in cui puoi crescere professionalmente, a fare la segretaria poi ti annoi e vedrai che te ne vai.
Inutili le mie spiegazioni sul fatto che semplicemente VOGLIO MANGIARE!!!! Che non ne posso più, a trentun anni suonati, di telefonare a casa da mamma e chiedere se mi manda dei soldi, nemmeno fossi una matricola universitaria fuori sede.
Ingenua me, che speravo di poter finire come i colleghi di mio nonno, con la laurea appesa in casa, ricordo prezioso di un bel periodo della mia gioventù, e le tasche dignitosamente nutrite di un onesto lavoro dipendente.
Sciocca me, che ho un'amica che lavora in una catena di alimentari e ho pensato che, hai visto mai, poteva presentarmi il direttore, una stretta di mano e un curriculum e poi chissà. Giusto l'altra sera, colei mi raccontava di un'altra sua conoscenza che le aveva chiesto aiuto: stessa mia situazione, laureata in giurisprudenza, in mezzo a una strada, senza mangiare. Indovinate? Il direttore megagalattico del supermercato non l'ha presa. Perché? Ovvio: ma lei è laureata, lavorava alle risorse umane, io mi vergogno a offrirle un posto da cassiera.
Adesso mi rivolgo a voi, cari imprenditori italiani: finiamola con questo ragionamento del piffero, per cui noi laureati siamo degli animali pericolosi che cercano la carriera a tutti i costi. Le carriere straordinarie (come canta Cristicchi nella sua profetica "laureata precaria") sono sogni per ventenni o per maledetti sociopatici, che fanno del lavoro la propria ragione di vita. Noi non siamo un pezzo di carta qualunque, emesso dalle università e firmato dai rettori. Non siamo il nostro linguaggio forbito o la capacità di risolvere equazioni di grado n a più variabili. Noi siamo persone, esattamente come voi. Vogliamo una famiglia, vogliamo una dignitosa indipendenza, vogliamo avere un posto dove tornare la sera che sia nostro, non il comodato d'uso gratuito di ciò che i nostri genitori hanno creato per loro stessi.
E a voi imprenditori senza scrupoli, che pensate di poterci sfruttare, che ci trattate come merce a consumo: ma davvero credete che possiamo campare lavorando 60-70 ore alla settimana percependo uno stipendio di 800 o 900 euro? Ma io, che vivo sola perché con quell'orario di lavoro non ce l'ho il tempo di avere una vita sociale, figuriamoci di farmi una famiglia, come posso fare la spesa, lavarmi i costosissimi tailleur che tu pretendi che io indossi, stirarmi le camicie e pulire una casa in cui vado solo a dormire? Facile? Mangio fuori e prendo la donna delle pulizie? Allora devi pagarmi di più, per essere la tua schiava, perché 900 euro non bastano per mangiare tutti i giorni in rosticceria, purtroppo ho anche tasse e bollette che mi aspettano nella buca delle lettere.
Ora basta. Non diteci che siamo fortunati. Perché a vivere un presente sulle spalle delle nostre famiglie, senza alcuna possibilità di costruirci un futuro, non è fortuna.
E ricordatevi che voi state pagando l'INPS per pagare la pensione delle vecchie generazioni. Se non ci mandate a lavorare, a fare le cassiere, le commesse, le segretarie, le operaie, la vostra pensione non ve la pagherà nessuno.