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domenica 13 marzo 2016

Storia triste di un ritiro dalle scene

Questo post è arrabbiato. Bisbetico. Brontolante.
Se non siete in vena di leggere proteste, vi suggerisco di cercare qualcos'altro in archivio.

Conoscente 1: Figliolo Amato ha la ragazza che lo aiuta per la scuola. Viene tutti i pomeriggi per due ore.
Conoscente 2, cenno di apprezzamento: Davvero cara?
Conoscente 1: Eh sì, praticamente la campo questa. Le do quattrocento euro al mese. Eh, ma a Figliolo Amato gliel'ho detto. Dal prossimo anno, niente più aiuti. Mica posso stare a spendere dieci euro l'ora all'infinito.
Garagista, che emette vapore come una locomotiva del vecchio West: Quando insegnavo, io ne prendevo venticinque (25) di euro all'ora.

Conoscente 1 e Conoscente 2 si voltano a guardarmi stupite, esterrefatte, incredule.
Conoscente 2: Ma che stai a scherzà?
Io, Garagista Eretica: No. Neanche un po'.
Conoscente 1, alias Madre Premurosa: Vabbè, ma quella che viene a casa è 'na ragazza. Laureata in lingue...
Pronuncia strascicata sulle vocale i ed e della parola lingue, alla vista della mia faccia inespessiva, pietrificata.
Io: E allora?
Mugolii, giustificazioni e proteste quali non ti pare troppo 25?, io ne avrei chiesti di meno; sguardi da ladrona imbrogliona, sfiducia palpabile nell'aere.
Dopodiché, con una nonchalance che farebbe invidia all'esponente più corrotto della classe sociale detentrice di denaro e potere, Conoscente 2, sorriso a trentadue denti, mi chiede: Ti prego, mi insegni l'inglese? Però, sia chiaro, io non te li do venticinque euro l'ora. Nemmeno venti.
Reprimendo l'istinto di emettere sequela indicibile di insulti e cattiverie - ma senza uso di turpiloquio, né tantomeno di bestemmie, che ultimamente sono diventate la mia colonna sonora quotidiana, non immaginate il gaudio -, replico gentilmente ma altrettanto fermamente: Mi dispiace, non insegno più. Ho smesso.
Inutili le moine di Conoscente 2, che non mi smuoverebbero nemmeno dopo dieci grappini - e per sua sventura, ma mia fortuna, sono astemia -, per cui, vedendo vanificati i suoi sforzi di convincimento, conclude la forbita conversazione con: Quanto sei stronza.

Insegnavo.
Ho insegnato.
Solevo insegnare. Privatamente.
Ora: non più.
Per dodici lunghi anni mi sono presa cura di ragazzini i cui genitori erano troppo presi dal lavoro, dalle spese, dalle tasse, dal Rotary Club, dal divorzio, dalla rivendita di BMW, Mini e Porsche, per accorgersi che i figli avevano bisogno di loro. Pargoli sfornati per essere affidati ad amorevoli attenzioni altrui.
Ho lottato contro professori di scuola che tormentavano i miei studenti con espressioni razziste, denigratorie, con voti e note ingiustificati.
E vi prego, prestate attenzione: sono un'insegnante molto severa ed esigente. I voti che assegno io sono sempre bassi, per entrare nelle mie grazie dovete sudare sette camicie. Perciò, se dico che un docente di scuola è ingiusto, voglio dire proprio questo. Non ho mai regalato niente a nessuno. E i miei risultati parlano per me. Sia i successi, sia gli insuccessi, coronati da furiose litigate con genitori e figli che non rispettavano il mio lavoro, né la mia figura professionale.
Volete sapere cosa c'è?
C'è che non esiste un metodo per andare bene a scuola che non sia STUDIARE. Io non posso fare il lavoro al posto di nessun altro. Non ho il super potere di infondere la mia conoscenza per osmosi. E poi, scusate... per sapere tutto quello che so, ho speso infinite ore della mia vita. Ho rinunciato al cazzeggio fine a se stesso, mandando messaggini all'amica, guardando la televisione o navigando in internet - che ci crediate o no, esisteva già quando andavo a scuola -, invece di concentrarmi sullo studio. C'è un tempo per tutto: un tempo per lavorare e, evviva evviva!, un tempo per cazzeggiare. I due tempi non vanno confusi né mescolati, altrimenti viene tutto di merda: a scuola si prenderanno brutti voti, all'uscita cogli amici si arriverà stanchi, arrabbiati, frustrati, con la madre che vi insegue strillando causa la miserevole carriera accademica. O peggio, non si uscirà proprio, per via delle punizioni.
Se mi aveste assunto, avreste sentito questa regola in tutte le salse: quando si studia, si studia. Una volta chiusi i libri, possiamo diventare gli scatenati, più scatenati che ci siano. Come quando la vostra garagista, l'ultimo giorno del secondo liceo ebbe la brillante idea di andarsene in giro per i corridoi dell'istituto in sella alla propria bici da corsa. Tanto per dirne una.
Ma come si fa a mandare dal preside una che per nove mesi all'anno sforna un dieci dietro l'altro e non combina casini?
Ma pensate che io mi divertissi a stare sei ore al giorno su quel banco sporco, pieno di gomme da masticare mummificate attaccate sotto, a sentire blaterare gente che aveva potere sull'andamento delle mie giornate?!
Una volta chiarito questo punto, sono sempre stata una gran sostenitrice dell'affermazione Non esistono adolescenti svogliati.
Esistono bambini e adolescenti con problemi personali. Forse i signori adulti se lo sono dimenticato; ma non andare d'accordo con gente tua coetanea che condivide il tuo stesso spazio vitale per diverse ore al giorno, per cinque-sei giorni la settimana, può essere davvero massacrante. Se si sfocia nel bullismo, ad esempio, si può essere portati alla disperazione. E al suicidio.
Solo che  il piccolo grande mondo della scuola spesso è incomprensibile per chi non lo vive in prima persona. A meno che un adulto non abbia buona memoria, un fanciullino interiore molto vispo e arzillo, tanta fantasia e voglia di capire e interpretare cose sconosciute.
Ecco dove io trovavo posto. Nell'accompagnare letteralmente per mano ragazzi con i più svariati problemi, che un 4 in pagella non faceva altro che sottolineare. Il 4 non è mai la causa. Il 4 è un sintomo.
Oppure, occasione meno tesa e tragica, insegnavo una lingua straniera - in genere l'inglese, ma qualche volta il francese - al manager di turno. All'aspirante libero professionista, che aveva appena avviato una startup con un brand personalizzato, un'App per smartphone e tablet dedicata, da downloadare gratuitamente su AppStore o Google Play, seguendo il trend del momento e sperando che lo spread non fosse troppo alto da fargli chiudere bottega. Tutto chiaro?
Un lavoro difficile, il mio, ma colmo di emozioni, stimoli, soddisfazioni. Le mie migliori amicizie, negli ultimi dieci anni, sono nate con quelle madri single che tanto hanno temuto per il futuro dei propri pargoli e ad ogni folata di vento si ripetevano "Meno male che c'è Ludovica". Con tutti i miei adorati americani, che venivano a vivere a Roma per qualche anno, per cercare di capire che roba è essere italiani; a godere delle bellezze artistiche ed intellettuali del Belpaese e del resto d'Europa, a portata di un biglietto della Ryanair. Americani grandi, a cui insegnare che non ci si deve vergognare se al barista si chiede per piàcere, con l'accento sulla a, o se al vicino di casa si racconta che io ho andato. Americani piccoli, che vogliono un amico adulto che conosca bene il mondo strano e a volte un po' spaventoso, in cui i genitori li hanno catapultati.
Ma perché ho smesso?
Perché...
Perché di americani non ce ne sono poi molti, di mamme preoccupate e attente anche. E senza di loro, senza persone da aiutare, da capire, a cui insegnare lingue, italiano, musica e matematica, io non ho nessun lavoro.
Tutti gli altri mi guardano come se fossi una ladra. Un'imbrogliona. Una persona che vuole i loro soldi senza fare niente di particolare.
Perché la cultura non importa a nessuno. La cultura non ha prezzo poiché nel mondo dei più non ha nessun valore. Perché pagare per qualcosa che posso fare da solo? Ma se davvero puoi studiare da solo, allora perché continui a prendere 4? Perché quella frase in inglese continua a non entrarti in testa, nonostante i soldi profusi in svariati British, Irish, Scottish institute?
Piuttosto vado a fare un viaggio studio all'estero! Certo. Tanti auguri. Quando torni, facciamo un po' di conversazione in lingua.
In questo mondo, spazio per una come me non c'è: è già occupato da corsi di fitness, personal trainer che chiedono 20 euro l'ora, insegnanti di pilates e yoga che vengono a casa per 30 euro l'ora, istruttori che ti fanno fare la passeggiata in campagna per bruciare gli strati di lardo. Ma come... a che mi serve pagare uno che mi faccia alzare il culo dal divano? Non posso farlo in autonomia?
Eh no. Questo no.
Non mi fraintendete. Ho massimo rispetto per gli istruttori di fitness. Ne annovero alcuni fra le mie amicizie più care e intime. Io stessa sono sempre lì lì per decidermi a prendere qualche brevetto, magari di striding oppure di yoga, tanto è il mio amore per lo sport. E credo che anche loro siano seri professionisti e meritino fino all'ultimo centesimo del denaro che chiedono.
Ma allora... perché io no? Perché io vengo dopo il fitness e perfino gli insegnanti di musica, che dovrebbero essere miei più stretti colleghi? Solo perché la musica dà prestigio e allora ci ritroviamo zeppi di bambini stressati e annoiati, costretti a solfeggiare pagine e pagine di astrusi pallini neri e bianchi, privi di qualsiasi talento musicale, che tortureranno le nostre orecchie con esecuzioni a dir poco piatte e impersonali... solo perché la musica dà prestigio? Che prestigio c'è nel rendersi ridicoli? Che prestigio c'è nel non ascoltare mai i propri figli, privandoli del piacere di seguire le proprie inclinazioni, i talenti naturali e i propri desideri?
Ma va bene così.
Ormai ho deciso.
Non insegno più.
Con la cultura non ci mangio. E prima di acculturarsi, uno deve sopravvivere.
Nell'ultimo trasloco verso il mio amato garage, ho buttato tutti i libri di didattica che avevo accumulato negli anni. Tutti.
Non li ho venduti. Non li ho neanche regalati, perché non conoscevo nessuno che meritasse tanto. Li ho buttati in uno degli ultimi secchioni verdi indifferenziati che allora popolavano ancora le strade della città.
Non una parola uscirà mai più dalla mia bocca, che non sia per dire qualcosa di personale. Io non insegno più.
E voi; voi potete fare quello che vi pare.
Se siete insegnanti che si fanno pagare dieci euro l'ora, sappiatelo: siete degli imbecilli e dei poveri disperati. Andate a fare i cassieri, che guadagnate di più.
Tutti gli altri: imparate, inglese, francese, spagnolo, tedesco, italiano, matematica, archeologia come più vi piace. Altrimenti fatevi una bella passeggiata in campagna. O anche all'inferno se ci riuscite. A me, non cambia assolutamente niente.




lunedì 23 novembre 2015

Vita da Garage: istruzioni per l'uso

Data di decorrenza del contratto di locazione: 20 novembre 2015.
Locatore: Google.
Conduttore (ovvero occupatore del blogspazio): Ludovica, in arte ma senza parte, Ludo.
Tipologia di locale: garage, blog. Personal blog? Job blog? Garageblog?
Metri quadrati: variabili.
Gigabyte quadrati: ??? Qua stiamo esagerando...
Indirizzo: Ludo's Garage blogspot.

Il conduttore si impegna a comportarsi in maniera adeguata?
Ci proverà.

Signore e signori, buonasera. O almeno, nel momento esatto in cui sto scrivendo, è sera; per quanto il Google-orologio sia regolato su un fuso orario a me ignoto e, in questo preciso istante, sia troppo pigra per andare a vedere come reimpostarlo su GMT+1, Roma, Parigi, Bruxelles. Chiedo venia.
Fuori piove ed è arrivato un freddo umido che fa scricchiolare le ossa perfino ad una balda giovine come me. Per fortuna, tra le mie cianfrusaglie, ho riscoperto una stufetta elettrica ai cristalli di quarzo e una bella coperta di pile. Pare proprio che, anche per questo inverno, me la caverò. Almeno sull'argomento "come non morire con le terga trasformate in cristalli di ghiaccio".
Ma non siamo qui per parlare di meteo e stagioni, per quanto possano influenzare in maniera consistente l'andamento vitale di chiunque.
In meno di tre giorni, ho riscosso un inaspettato ed insperato successo sulle pagine social da me create: Facebook in primis, Pinterest, Twitter e, ovviamente, Blogger. A tutti: un grazie dal più profondo del mio cuore. Iniziare con 88 (attuali) "mi piace" su Facebook è un grande incoraggiamento.
Come ogni conduttore perbene (nel mio caso conduttrice perbene), mi sono impegnata a fare del mio meglio. Ho arredato lo spazio a mia disposizione con mobili essenziali ma eleganti, ho steso un foulard qui, ho appeso una tenda lì... ehi tu, laggiù! Non ti azzardare a toccare la mia Lava Lamp!
Punto primo: mi segue fedelmente dal primo giorno di università, perciò ci sono ultra affezionata, guai a te se la rompi.
Punto secondo: quando è accesa, e sfrutta i moti convettivi per far galleggiare le bollone di cera, scotta più di una pentola di pasta e fagioli.
Giù...Le...Mani!!!
Vedete, non manco mai di consigliarmi con amici, parenti e conoscenti quando inizio un nuovo progetto; fosse anche uno nato per caso e per istinto, come questo, figlio di tante emozioni contrastanti e molta, forse troppa, tenacia. I cosiddetti feedback sono importanti.
Ho ricevuto preziosi consigli, critiche costruttive, osservazioni inaspettate, dubbi e timori di chi mi vuole bene e vorrebbe proteggermi ad ogni costo. Ascolto e sono grata. Faccio tesoro. Rimugino e rifletto. A volte, come chiunque abbia una creatura neonata da coccolare e vorrebbe sentire solo complimenti, ci rimango un po' male. Fa niente: il bello della diretta.
Di nuovo, modifico, aggiusto, accordo (nel senso musicale del termine), accontento (il cliente ha sempre ragione... nei limiti del rispetto altrui, sia chiaro).
Ora però, tocca a me.
Torno alla domanda d'esordio? Cos'è questo blog?
Risposta iniziale, tutt'ora valida: una vetrina. La mia vetrina.
Forse incompleta.
Mi adeguo ai tempi, che a volte non mi rispecchiano, tant'è che per ironizzare, sdrammatizzare e perché no, vantarmi un po', certe volte mi autodefinisco anacronistica. Se poi io sia troppo indietro o troppo avanti, lascio decidere a voi. Mi adeguo: è una sorta di reality show. Il mio reality show. Ludo's Garage.
Qui io vivo, sogno, mi arrabbio, amo, odio, dormo, mangio, faccio sport, cerco lavoro, espleto altre funzioni. Qui è dove ho parcheggiato tutti i miei effetti, in attesa di un futuro in cui i metri quadrati siano reali, non solo rappresentati in byte di memoria su un server. 
Ci sono scatoloni di Ikea in ogni dove. (Io adoro Ikea!! La mia logica soluzione svedese ad ogni problema organizzativo!) Quelli di plastica polipropilenica (e adesso provate a dirlo cinque volte di fila a voce alta, ihihihihih!) trasparente: sono a tenuta stagna, impilabili e potete guardarci attraverso, senza dover scrivere romanzi per ricordare cosa è finito dove.
Ci sono buste, bustine e bustarelle, di oggetti che, ma sì, dovrei buttare, magari domani, se passa il netturbino, forse dopo le Feste. I libri. I miei poveri libri, accatastati alla rinfusa, senza più un'archiviazione decente.
In ogni dove: il caos che contraddistingue ogni garage. È inevitabile, anche la persona più metodica (e fatevelo dire da un'assiriologa, che dell'aggettivo "metodico" ha fatto il proprio stile di vita), alla fine, cede alla tentazione di stipare nell'angolo, nel ripostiglio, l'oggetto che vorrebbe buttare, che non serve, ma chissà, un giorno potrebbe tornare utile.
Troverete battute sciocche e frasi inutili? Può darsi.
Troverete post che non vi piacciono? Non è da escludere.
Sulla sidebar spunteranno vignette e pubblicità (di attività che IO svolgo o sperimento, scelte da me legalmente e liberamente) che vi infastidiranno? Come si dice... po' esse!
Avrete voi potere di farmi cancellare alcunché? No.
Ne parleremo. Ne discuteremo pacificamente. Ci confronteremo.
Ma questo è il mio garage. Rifletteteci bene: un g a r a g e, la nicchia della nicchia della nicchia della società. Lo spazio morto, il dimenticatoio, il posto in cui si relegano gli attrezzi di bricolage dei mariti, perché lasciarli in salotto proprio non è il caso. Perciò, già mi rannicchio nel mio pile, a cercare di scongelarmi i torniti glutei al tepore di 400 watt di stufetta... non chiedetemi l'impossibile!
MA!
Eh be', qui ci vuole un bel "MA". Come ho già detto, questa non è una resa. Non è una lamentela. Non mi sto nascondendo. Tutt'altro.
Ludo's Garage è un nuovo inizio. Un progetto. La ricerca di una nuova me, al livello professionale.
Avete idea di quante grandi idee sono nate in un garage? Innumerevoli! Una per tutte: la mela morsicata più famosa del mondo, ad opera di un uomo (un folle, un genio, un visionario) che la parola "lavoro" ce l'aveva nel nome. Miei cari avventori, un inchino all'immenso, purtroppo compianto, Steve Jobs e all'azienda che ha cambiato il modo di pensare le macchine calcolatrici: Apple Inc.
Insomma... non che io abbia tali sogni di maestà e grandezza. Probabilmente, non ne avrei nemmeno le capacità. Ma a pensarla così, a quanti milioni si possono fare, scrivendo diagrammi di flusso e giocando con un saldatore nel garage di papà, mi sembra che la stufetta scaldi un po' di più.



Concedetevi quindici minuti per ascoltare questo discorso.
Rivolgo l'invito specialmente ai ragazzi che, come me, sono in cerca di un nuovo cammino.

sabato 21 novembre 2015

Come tutto ha inizio,
tra la polvere e gli scatoloni

Eccoci qua, un polveroso garage pieno di scatole numerate, buste blu di Ikea in ogni dove, pronte per essere spostate di nuovo. Destinazione: ignota. Ovunque mi porti il prossimo contratto di lavoro. Già, già.
Mi presento: Ludovica Palestini, 31 anni (per ora), italiana, segno dell'ariete, laurea in una roba archeologica che non interessa a nessuno detta assiriologia, maturità linguistica presa col massimo dei voti, lode, bacio accademico, lucine di Natale messe per l'occasione, complimenti della commissione e quant'altro.
In cerca di lavoro.
Scusate, sono troppo orgogliosa e presuntuosa per definirmi disoccupata. No, non ci sto. Disoccupato è quel poveraccio che si arrende all'evidenza dei fatti, ovvero che il mondo del lavoro è più feroce di un branco di leoni dopati che insegue la povera gazzella, qualcuno le dia una Redbull per favore, così mette ali di caffeina e non quelle del padreterno, finendo nel felino menù. Ma si sa, tutti devono mangiare. I carnivori, gli onnivori, gli erbivori e tutti gli ennevori (dalla lettera n, che in matematica indica "al suo posto mettici il cavolo che ti pare"). Solo che il povero disoccupato non ne può più, non vuole andare a brucare l'erba col rischio perenne che un leone gli morda il quarto posteriore. E allora si arrende. Poveraccio, ha ragione.
Perché non mi piace definirmi disoccupata? Perché sono matta, ancora non mi sono arresa. Ovvio, al momento ho due mestieri molto proficui:
1. farmi mantenere nonché passare gli alimenti dai miei affetti più vicini;
2. confrontarmi con realtà umane e professionali variegate e multicolori, al fine di recedere dal contratto di lavoro n. 1. Una libera professione molto interessante, quest'ultima, che ti arricchisce cerebralmente come nient'altro sa fare.
A tutti gli avventori, vi prego, risparmiatemi la paternale "potevi pensarci prima, invece di laurearti in una materia così inutile come l'archeolgia". A conti fatti, tornando indietro non mi iscriverei proprio all'università! Fermo restando che, su un piano personale, non me ne pento assolutamente perché era quello che volevo studiare e mi sono divertita come al luna park, al livello pratico, oggi avere una laurea (più o meno qualsiasi laurea) è come andare in giro con un certificato di positività all'HIV o alla lebbra (la quale, comunque, per quanto infettiva si cura cogli antibiotici perché è un batterio... storia purtroppo non valida per il temibile virus che spesso sfocia nella sindrome da immunodeficienza acquisita). Il diploma è un passepartout molto più efficace e, dato che mi sono diplomata a 18 anni, avendo fatto la primina, ora avrei ber tredici (13) anni di contributi versati. Non zero (ZERO) perché con tutte le mie competenze ho sempre lavorato con contratti a progetto oppure, udite udite, a collaborazione occasionale: quelli che si fanno alle liceali baby sitter che si guadagnano da sole la paghetta.
13 anni. Come le lingue che ho studiato. Non ci credete? Peggio per voi. Anzi, adesso ve le elenco:

MODERNE
- inglese
- francese
- tedesco
- spagnolo
- portoghese
- olandese

ANTICHE
- latino
- etrusco
- egiziano antico (geroglifici)
- svedese antico (norreno)
- sumerico
- accadico
- ittita

Carine, vero?
Bene, se oltre ad avervi snervato, vi ho incuriosito, leggete la mia lettera di presentazione, che un giorno mi è venuto in mente di pubblicare su internet. Ad un'altra storia, i commenti e le proposte lavorative che ho ricevuto in seguito alla mia mossa telematica.


Per concludere. Perché sono qui? Cos'è questo blog?
La mia vetrina.
Una volta, avevo un progetto. Promuovere la cultura. Insegnare al mondo quanto può essere bello conoscere, sapere, scoprire, studiare. Volevo dimostrare che si può e si deve insegnare giocando, "ludendo docere", come si dice in latino. E se avete voglia di dare un'occhiata, esiste un blog abbandonato, diroccato, pieno di lacrime, ragnatele, frustrazione, delusione, sogni infranti, che non ho la forza di cancellare, non tanto per me, quanto per tutti quelli che mi hanno aiutata, sostenuta, mi amano e credono costantemente in me:


Sempre io, la mia logorrea verbale, la mia arguzia, ma molto meno arrabbiata e tagliente.
Oggi me ne sto in un garage, perché ho finito i soldi per pagare un bel loft in cui impartire perle di saggezza multirazziali, multiculturali, multisociali.
Sto qui a non arrendermi, a mettermi di nuovo in mostra, ma senza compromessi.
So fare un sacco di cose. So parlare bene in italiano, conosco il congiuntivo, l'uso della punteggiatura e scrivo in courier, per la stortura di naso di tutti i blogger professionisti, perché a cinque anni sapevo già usare la macchina da scrivere e questo font me la ricorda.
Sono tecnologica, sono spigliata, sono empatica (forse troppo), sono social ma non sono socievole. Sono molto educata e formale, elegante e raffinata. So usare trapani e cacciaviti, se preferite, andando in giro sulla mia moto enduro con Timberland nere di pelle e jeans.
Sono il vostro jolly versatile, il coltellino svizzero di McGiver.
Ma sappiatelo, non avere al momento un impiego stabile non mi spinge ad accettare di essere sfruttata. Possiamo parlare di partita IVA, se la paga è così buona che mi permetta di versare contributi e avere due soldi per pagare il Tachiflu quando ho la febbre e il biglietto del treno in agosto, quando torno dai miei genitori.
Lavorerò il numero di ore che mi pagherete: se sono 40 settimanali, non ne farò 60. Posso lavorare sabato e domenica, Natale Pasqua e Pasquetta. Ma avrò un giorno libero a settimana. Sono stacanovista, ma non porterò il lavoro a casa, a meno che non sia crollato l'ufficio e l'unica speranza di salvezza sia il dropbox che avete aggiornato controvoglia.
Sono brava. Mettetemi alla prova e rispettatemi. Ciò che di buono mi darete, sarà ripagato al cento per cento.
Sono a Sud di Roma se mi cercate.
Per tutti gli altri, i ragazzi che sono passati di qui per caso, i lettori annoiati, i web-blog-social-nauti: salute a voi! Parliamo?
Ai disoccupati o ai cercatori di lavoro: non vi arrendente! Se anche i leoni corrono dietro di voi, non bevete né mangiate da settimane perché è periodo di magra, prima o poi la Redbull arriva. Se la danno ai personaggi cretini di quelle vignette, perché a noi no?
Salute a voi!


Della serie "perché io ci metto la faccia": salve!

venerdì 20 novembre 2015

1...2...3... il gelido robottino
vuole dire la sua

Un messaggio dall'oltretomba?
No... dall'oltrecomputer che adesso mi è di fronte, mentre scrivo castronerie sul mio smartphone targato Google Android.